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♦ Quello che a Copenaghen non si è detto.

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Focus

 
Iran: la repubblica in gioco

  Nel febbraio 2010 il regime si trova di fronte all’incrocio di due ricorrenze cariche di significato simbolico, che riempiono le piazze iraniane: il trentennale della rivoluzione islamica, ufficialmente celebrato dal 1° al 10 febbraio e, il 1° febbraio, il quarantesimo giorno dalla morte – ossia la scadenza del periodo del lutto islamico – del grande ayatollah Hossein-Ali Montazeri, prima architetto ideologico e poi implacabile dissacratore del primo esperimento moderno di governo islamico. Una coincidenza difficile da gestire per il regime, dopo le proteste e le repressioni degli ultimi mesi, seguite alla manipolazione delle elezioni presidenziali del giugno 2009.
La repubblica che si festeggerà non sarà, infatti, la repubblica islamica istituita nel 1979: l’Iran vive oggi una crisi istituzionale che rischia di sfociare in una deriva autoritaria incontrollabile, rivelando
l’esistenza di una terza forza alla conquista assoluta del potere che aspira alla potenza nucleare.
Uno sconcerto profondo e palpabile si sta diffondendo nel clero. Fino a ridestare l’originaria avversione verso la formula costituzionale che nel 1979 pose alla guida del paese un leader religioso che sommava la funzione di guida spirituale a quella  di supervisore degli affari dello Stato. Scelta osteggiata dai grandi ayatollah (Āyatollāh al-uzmā, considerati un  “grande segno di Allah”) , che la vissero come un’infrazione alla dottrina sciita. E che fu accettata solo perché ad incarnarla, a quel tempo, era la figura carismatica di  Khomeini, leader ed emblema della rivoluzione.

Solo l’Iran può salvare l’Iran da un appuntamento fatale. Da un lato c’è lo schieramento riformista e moderato- conservatore con l’appoggio non più silenzioso ma inerme della maggioranza del clero, cui si sono aggiunti i grandi ayatollah dell’Iraq sciita. Dall’altro lo schieramento ultrà golpista con la mobilitazione basiji e la rete dei servizi di intelligence civili e militari. La sconfitta degli ultrà può avvenire, come ha indicato Montazeri, solo esautorando il potere della Guida che è loro copertura-ostaggio, anche se la condivisione degli obiettivi è saltata.

Nessuno degli esponenti della protesta ha intenzione di rimettere in discussione il sistema, cominciando con la destituzione Khamenei, divenuto il cavallo di Troia delle manovre eversive degli ultraconservatori. Il sistema si cambia, non si abbatte: secondo loro, destituire la Guida equivarrebbe al suicidio della Repubblica Islamica - che di fatto, rispetto alla sua ispirazione originaria, è già defunta. I leader più o meno improvvisati della rivolta, salvo qualche figura isolata come Karrubi, preferiscono immaginare aggiustamenti e ricuciture nell’ambito del regime, cercano un compromesso tattico tra interessi di potere che dovrebbe coinvolgere lo stesso Khamenei.

 
• Estratto da “L’ora del coccodrillo” di Ali SHAMSEDDINE, Limes 1/2010 “C’era una volta Obama”.